Impresa: tra responsabilità e sostenibilità

sociale-responsability_2.pngUn contributo per fare chiarezza sulla Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), altrimenti nota con il termine inglese Corporate Social Responsibility (CSR). Comparso negli anni ‘50, dopo la pubblicazione del libro “Social Responsibility of the Businessman” di Howard Bowen, il concetto di Corporate Social Responsibility si è sviluppato in modo costante.

social_responsability_APE.pngA cura di di David Gambuli

Negli ultimi trent’anni, due fenomeni hanno contribuito a meglio definire il modello attuale di responsabilità d’impresa.
In primis la consistente esternalizzazione della produzione nei “paesi in via di sviluppo” (fine anni ’80 inizio ’90), che ha portato ad ampliare il concetto della CSR dalle aziende alle sempre più lunghe e geograficamente frammentate catene di produzione.
In secondo luogo, la “crisi” ideologica del neoliberismo che - contrariamente a quanto creduto in passato - si è rivelato distributore e garante inefficace di benessere per la società e per l’ambiente.
Diversi fattori hanno caratterizzato gli ultimi decenni di un’economia globalizzata e di mercato libero (crescente competizione e scambi, sviluppo tecnologico ed economico, sviluppi politici e demografici), accrescendo il potere e l'influenza delle aziende, in particolare  multinazionali, nonché dei mercati finanziari, mentre i margini d’azione delle iniziative di governo sono stati costantemente limitati da restrizioni di budget e da una maggior fiducia nella autoregolazione del mercato stesso.

In un contesto di maggiore potere aziendale e, al contempo, di vuoto legislativo, è quindi fondamentale che le aziende assumano un ruolo di responsabilità sociale, a prescindere dalla mera conformità di legge. Ed è qui che la CSR entra in gioco.

La Responsabilità Sociale d’Impresa - RSI (in inglese Corporate Social Responsibility - CSR) è un concetto ormai condiviso, anche se ancora manca di una definizione universalmente accettata. Prova ne è che la stessa Commissione Europea l’ha definita una prima volta nel 2002, come “L’integrazione volontaria (da parte delle imprese) degli impatti sociali e ambientali delle attività aziendali, e delle interazioni con i diversi stakeholders”. È seguita, nel 2011, una definizione più semplice e comprensiva: la “Corporate Social Responsibility è la responsabilità delle aziende per i loro impatti sulla società”.

Perché fare CSR?
Secondo la CSR quindi, l’azienda non è più solo un oggetto economico che assorbe forza lavoro e genera capitale, bensì anche un soggetto che opera all’interno di uno o più società civili e ambienti. Di conseguenza, così come si impegna ad accrescere il proprio capitale, l’azienda si dovrebbe impegnare a migliorare le proprie performance sociali ed ambientali.

In sintesi la CSR può essere riassunta in:
1. massimizzazione della creazione di shared value per l’impresa e i suoi shareholders da un lato, così come per la società e i suoi stakeholders;
2. Identificazione, riduzione, e prevenzione dei propri impatti.

Le ragioni che spingono le aziende ad attuare iniziative di CSR possono essere diverse. Per alcune rappresenta un’opportunità per minimizzare i rischi reputazionali, per altre rientra tra i principi base dell'impresa. O ancora, possono essere dettate dalla necessità di conformità giuridica. Qualunque sia il caso, lo sviluppo di attività di questo tipo sarà portatore di riscontri positivi per l’azienda.
Infatti, tramite l’adozione di diverse iniziative - per esempio differenziazione dai competitor, innovazione, mitigazione dei rischi di reputazione, creazione di un' “immagine responsabile” - i vantaggi che ne seguono possono essere molteplici, anche sul piano economico.
Lo conferma peraltro uno studio condotto nel 2009 da A.T. Kearney sulle aziende dedite alla CSR, e citate nel Dow Jones Sustainable Index o il Goldman Sachs SUSTAIN; messe a confronto con i  concorrenti, l'analisi ha evidenziato come le loro prestazioni finanziarie superassero quelle dei diretti competitor del 23%, testimoniando  come ciò sia possibile anche in tempo di crisi.
Quindi, al contrario di quanto si crede, sviluppare un business più responsabile e sostenibile può avere un ritorno economico, sebbene non sia sempre facilmente misurabile, in particolar modo sul breve periodo.
   
linee-guida-iso.pngMa cosa comporta in pratica lo sviluppo della CSR?
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Al momento non esistono standard che certifichino l’adempienza di pratiche di CSR, e i più concordano sul fatto che debba rimanere un'iniziativa di tipo volontario. Le ragioni sono da ricercare nella diversità di iniziative e approcci che possono essere intrapresi, anche per la soluzione di uno stesso problema,  a seconda della comunità coinvolta, del tipo di settore, di cultura aziendale, etc. Dall’altra permane la difficoltà nello stabilire parametri universali e soddisfacenti che possano indicare un indiscusso raggiungimento di uno o più “livelli di sostenibilità”.

Inutile dire quindi che le possibilità d’approccio alla CSR possono essere molteplici, per esempio prendendo come spunto i dieci principi del UN Global Compact, oppure l’ISO 26000 rilasciata dall’International Organization for Standardization.
In particolare quest’ultima, che comprende una serie di linee guida, può essere considerata particolarmente utile, poiché progettata per essere usata proprio a questo scopo da piccole e grandi imprese.

Le linee guida della ISO 26000 sulla CSR suggeriscono di avvicinarsi alla responsabilità sociale affrontando sette core subjects: gestione dell’organizzazione (organisational governance), diritti 7_core_subjects_ISO-26000.pngumani, rapporti e condizioni di lavoro, ambiente, corrette prassi gestionali, tematiche specifiche relative ai consumatori e il coinvolgimento e sviluppo delle comunità.
Ciò nonostante, bisogna ammettere che, iniziare prendendo in considerazione ognuno di questi temi, potrebbe non essere la via più facile.

Spesso e volentieri le aziende hanno già una o più iniziative che possono rientrare all’interno della CSR. In questi casi si può partire dal consolidare e sistematizzare tali pratiche, così come sviluppare una corretta comunicazione (in particolar modo interna). Infatti, mettere per iscritto ciò che è stata fino a quel momento una consuetudine, potrà garantire maggior tutela a tali pratiche, anche in tempi difficili e di crisi, o cambi di management. D'altro canto una comunicazione interna più intensa porta a meglio comprendere queste iniziative, sia a livello aziendale che di partner commerciali, incentivando l'adesione pratica a tali principi.
Una volta intrapresi questi primi passi, sarebbe auspicabile sviluppare indicatori per monitorare - e migliorare - le iniziative intraprese e, solo in una fase successiva, espandere la rosa di progetti svolti.

E per il settore dell’automazione?
In molti penseranno che la CSR si adatti, o sia più facilmente applicabile, ad aziende che producono beni di largo consumo, ma ciò è in qualche modo fuorviante. Infatti, sebbene non altrettanto radicata nel B2B, non sono rari i casi in cui aziende intraprendono politiche di CSR per proprio credo o per anticipare trend di mercato (senza necessariamente chiamarla tale o comunicarla).

L’industria dell’automazione, in particolare, ha un ruolo di gran lunga strategico dal punto di vista della CSR; ha infatti il potenziale per poter influenzare in modo considerevole i diversi settori produttivi, così come i vari livelli di lavorazione del prodotto. Inoltre, grazie alla sua "posizione" privilegiata alla base della catena di lavorazione, il settore può contribuire in modo significativo alle sfide globali.
Tale collocazione pone il settore dell’automazione in una situazione ideale per contribuire a raggiungere i target, per esempio, di riduzione dei consumi (e.g. di energia e acqua) e di riciclo di materiali. Un esempio su tutti: le macchine più efficienti aiutano le aziende che le utilizzano ad aumentare la propria efficienza, riducendo il consumo di materiali ed energia (così come le emissioni di CO2) in fase di produzione.
Quindi, se da un lato è vero che al momento non c’è ancora una vera e propria domanda per macchinari sostenibili, d’altro canto esiste la crescente volontà da parte delle aziende utilizzatrici di ridurre i propri consumi di energia, gas serra, e materiali impiegati.

Come è logico, particolare importanza assumono le modalità di progettazione e costruzione dei macchinari. Prova ne è un documento rilasciato dalla camera di commercio americana nel 2010, "Packaging Machinery: Sustainability and Competitiveness", che fornisce alcuni consigli per rendere più sostenibile l’industria dell’automazione americana.

Punti da sviluppare

  • Dar vita a una strategia sostenibile relativa alla riduzione dell'impiego di materiali da parte dei proprio compratori (inclusi materiale per l’imballaggio, prodotti accessori, energia, ed acqua).
  • Trovare metodi per minimizzare e monitorare il consumo energetico dei prodotti, in vista di probabili future richieste da parte dei compratori.
  • Utilizzare una metodica riconosciuta per documentare i consumi dei prodotti (Total Cost of Ownership, Life Cycle Assessment, o Overall Equipment Effectiveness).
  • Cercare partner strategici per lo sviluppo del materiale da packaging, prodotti accessori, macchinari, o automazioni.
  • Progettare in modo sostenibile: macchine facilmente assemblabili (contribuendo ad aumentarne il livello di flessibilità, favorendo la manutenzione e sostituzione dei pezzi)
  • Riduzione o eliminazione del trasporto di vuoti (ad esempio con la collocazione degli impianti di produzione degli imballaggi vicino o in corrispondenza degli impianti di riempimento)
  • Utilizzare forme più efficienti per i contenitori (per esempio, quadrata invece che tonda, per facilitare il trasporto)
  • Utilizzare bio-polimeri nei macchinari.

Questi punti da soli possono non risultare particolarmente rivoluzionari in termini di business strategy. Ma riuscire ad integrare con successo anche solo alcuni di questi aspetti con iniziative non strettamente legate allo sviluppo dei prodotti ma studiate per accrescere il capitale sociale (tramite azioni rivolte al personale o alla comunità in cui si opera), insieme a una buona strategia di  comunicazione sulla CSR, può essere determinante per creare una CSR strategy. A tutto vantaggio dell’azienda, che potrà guadagnare in competitività e attrarre nuovi partner commerciali.

David Gambuli - Con una laurea triennale in Scienze Biologiche, e una specialistica conseguita in Danimarca in Environmental Management and Sustainability Science, ha svolto diversi tirocinii in vari paesi dell’Unione Europea, nell’ambito della Corporate Social Responsibility, di cui l'ultimo a CSR Europe a Brussels.
 

29.07.2014

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